Gerardo Quiroz

Informazioni sul maestro

Gherardo Quiroz, argentino, nasce il 19 di novembre del 1945, “autentico milonghero”.

Approda nelle milongas di Buenos Aires nel 1968.

Li, per due anni osserva, seduto al suo tavolo, gli altri danzare.

Vicino a lui i suoi amici di sempre, i migliori ballerini del tempo: Raul Bravo, Toto Faraldo, El Aleman, “Virulazo”.

Le piste da ballo sono state per Gerardo le uniche maestre.

Nel 1990 avviene l’incontro più importante della sua vita di tanguero: Carlos Gavito,  sarà questo l’inizio di una lunghissima amicizia.

Nell’anno 2001 Gerardo Quiroz è il campione metropolitano di tango argentino.

Quiroz arriva in Italia nel 2005, qui collabora con associazioni di tango e cultura argentina.

Tiene stages ed esibizioni a Biella, Milano, Genova, Torino (Festival del tango), Ancona, Bologna, Imola, Padova, Ferrara, Rovigo, Messina, Napoli, Bergamo, Lecce, Firenze, Pisa, Roma (Festival del Tango).

Collabora, a Rimini, con l’associazione “Argentini a Rimini” e tiene alcuni corsi a Palermo.

Nel 2006 si esibisce al Teatro Titano della Repubblica di San Marino con lo spettacolo “Nostalgia di un emigrante”.

Nel dicembre dello stesso anno tiene un seminario presso il Palazzo del Podestà nell’ambito della manifestazione  “Equamente”, organizzato con il contributo di Regione Emilia Romagna, Provincia di Rimini, Comune di Rimini, Comune di Riccione.

Nel maggio 2007 partecipa all’Argentina Tango Festival di Pesaro.

Nel giugno 2007 è invitato speciale della società de Borg di Rimini nell’ambito dell’iniziativa  “Aspettando la notte rosa”.

Quiroz è considerato dalle “milongueras” porteñas il tanguero più elegante delle milonghe.

Il tango di Gerardo Quiroz  è passione, eleganza e sensualità.

L’atmosfera che solo lui riesce a creare con la sua forma di ballo è di rara intensità.

Con Gerardo Quiroz la tradizione dell’autentico tango argentino continua.

 

(curriculum in via di aggiornamento )

 

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Descrizione dello stile

IL MAESTRO DEL SILENZIO

Quando vidi Gerardo Quiroz per la prima volta fu durante una sua esibizione , ricordo che lo liquidai in tre secondi, sbrigativamente, come “una banale imitazione di Gavito”. Testimone la Broscia.

Non avevo capito niente. Non sapevo vedere.

Quella sera ero stanca e di cattivo umore, non avevo nessuna voglia di essere lì. Perché certe volte il tango è una violenza. Come quando sta fuori di te, estraneo, e tu non hai nessuna voglia di lui. E magari te ne accorgi in qualche serata organizzata a cui vai forzatamente mettendoti pure in ghingheri con sforzo sovrumano, senza nessuna voglia di alcunché lo riguardi: di ascolto, di bandoneon, di tacchi, di ghingheri e soprattutto dell’altro. E invece magari, proprio il giorno prima, il tango ti era mancato disperatamente , la voglia di lui era stata irrefrenabile, era uno di quei normali pomeriggi a casa quando i piedi fanno gli ochos da soli  e le baldosas della stanza battono il tempo e il tango riempie di se  tutta la casa e arriva fino al soffitto, s’aggira in cucina….. tanto è il deseo.

Ma quella  sera era una serata no, no tango, e volevo liquidarla in fretta, in blocco.

R., organizzatrice della serata, lo intuì e passò all’azione. Perché R. non consente cedimenti ai queridos, soprattutto ai queridos più anziani come la sottoscritta. Così, toma toma, R. ignorò la mia riluttanza, mi afferrò dal braccio e mi trascinò come un oggetto  inanimato al suo tavolo presentandomi al maestro come “uno dei suoi pezzi migliori”.

A me, invece, disse che il maestro era loquace e filosofo, (nonché buddista) per questo andava degnamente intrattenuto da un adeguato interlocutore  capace di perspicaci domande, ergo si scelse me.

E in effetti, a parlarci, il maestro era davvero un ottimo parlatore. Occhi vispi, ciuffo folto biancogrigio, voce pacata e serena, sorriso aperto. Stessa classe del Pibe: un sessantenne vissuto e smagliante al tempo stesso.

Ma Quiroz, a differenza del Pibe, era curioso, faceva domande e amava ascoltare. M’ascoltava mentre parlavo e ascoltava lui stesso, m’ascoltava con gli occhi. Io non me ne accorgevo ma era già cominciato un primo tango fra noi. Parlammo dell’esibizione  e mi disse subito una cosa assurda, strana, ma plausibile: “Io preferisco un silenzio ad un applauso”.

Quasi non capii il senso di questa affermazione e semplicemente, chiesi – “porchè”?

Quiroz semplicemente, terribilmente, rispose: “porche en el silenzio puedo escuchar mejor mi alma”. Azz! Musica para mi orillas. Subito gli nominai Gavito, giusto per vedere l’effetto che fa.

L’effetto fu immediato, Quiroz s’illuminò.

Gavito era suo amico. Era lì quando Gavito se ne andò a Luglio scorso.Gli raccontai della prima volta che vidi Gavito e mi dissi “- ma cos’è”? e subito mi risposi” – è il tango che cercavo, è la mia idea di tango: un tango metafisico”.

“-Tango metafisico…….beelo! me gusta” fece sinceramente ammirato Quiroz “-si” risposi fiera “- questa definizione, piacque molto anche a Gavito, la seconda volta che lo vidi gli dissi che avevo scritto un racconto su di lui con questo titolo e mi chiese di mandarglielo via e mail, mi scrisse l’indirizzo dietro un biglietto del tram di Roma, io lo mandai il racconto ma non fece in tempo a leggerlo….” Ci fu un silenzio in cui entrambi trattenemmo un dolore sottile, un’identica commozione. Poi, come preso da un raptus, Quiroz si alzò di scatto e m’intimò “-bailamos!” Risposi “- si”.risposi come se me l’avesse chiesto.

Ma in realtà non me l’aveva chiesto, me l’aveva comunicato, come uno che ha molta fretta di comunicare qualcosa.

Quiroz intuì la mia perplessità e aggiunse per chiarire “bailamos, quiero ver tu alma”.

Avevo capito bene? Voleva vedermi l’anima? Voleva verificare se sono davvero come appaio. Voleva aprire una finestra en mi corazon. E voleva farlo con l’abrazo, con il tango. Figuriamoci…. Che arogancia maestro!

Ancora silenzio mentre siamo in pista, la musica è iniziata e Quiroz non ha nessuna fretta di seguire il compas. La sua concentrazione è tutta su di me . Fa sul serio. Calmo, lento, costruisce l’abbraccio.

L’abbraccio che saremo.

L’abrazo di Quiroz è un abrazo totale, assoluto, pieno, senza foglie, crepe o spiragli.

No, l’abrazo di Quiroz non ha esitazioni, ti circonda, ti contiene, ti avvolge, ti accoglie, ti comprende, si assimila a te e quasi non lo distingui, diventa te empaticamente e ti costringe a lasciarlo entrare in te.

E così chiudi gli occhi, cosa rara, perché non lo fai quasi mai. Chiudi gli occhi per ascoltare meglio quella presenza familiare ed estranea. Chiudi gli occhi e taci per due tanghi. In un silenzio buio. E in quel buio non sai più chi sei, dove sei, fluttui in un elemento che non sei tu ma che è parte di te, fluttui nell’altro come in una voce, nell’altro che ti accoglie totalmente, come per sempre.

Finito il tango riapri gli occhi e non riconosci più il punto del tempo e dello spazio in cui ti trovi. Il maestro ti guarda soddisfatto e dice “- Beelo!”,  come a dire “ lo sapevo, era come immaginavo, mi avevi detto la verdad”. E tu, a quel punto dovresti dire “ - obrigada”. 

Ma non riesci a dire niente perché, sciolta dall’abrazo di Quiroz, è come tornare dalla Luna o da Utopia o da qualche  luogo in cui lo stato di grazia consente di capire tutto: il linguaggio dei fiori, la lingua degli animali, te stesso.

E scendendo dalla Luna pensi che bello sarebbe poter fare come Quiroz e dire a chi t’interessa “- scusa, ci facciamo un tango? Posso dare una sbirciatina alla tua anima? Posso sentire che dice e magari verificare che, si, è proprio linda come pensavo”.

Al ritorno, in macchina, accompagnando il maestro all’albergo, ascoltammo la Varala, cantando Los mareados, Cambalache, Absurdo, Flores del ama.

Quiroz si commosse, come un bambino, coi lucciconi e continuò a ripetere “- gracias, mi avete fatto un regalo”.

Noi non potevamo capire, non potevamo sapere che nella testa  aveva l’immagine di un uomo e una donna, nudi in un appartamento buio, violettato dal chiaro di luna. In quell’immagine sono le quattro del mattino, lei canta con vos de sombra, lui balla solo ad occhi chiusi nella stanza dentro la voce di lei.

Non si toccano.

E’ un momento di bellezza assoluta.

 

Il giorno dopo lo Stage Quiroz le prime ore furono un tormento. Il maestro insistette rigidamente sulla necessità del silenzio, molti di noi (me per prima) fecero ferma resistenza a questa faticosa verità: nessuno di noi riusciva a a stare zitto, abituati come eravamo (e come siamo) a riempire i vuoti con le parole, come se le parole possano dire davvero tutto e meglio.

E invece non è così.

Quiroz, maestro del silenzio, insisteva in maniera ossessiva  e maniacale su questo punto: le parole, a volte (spesso) confondono le intenzioni del corpo (e l’anima dentro che lo abita) ha tante cose da dire “a parole sue”, ha la sua grammatica, la quale si spiega decisamente meglio della grammatica delle parole, ma puoi accorgertene solo se ti concentri ad ascoltarla.

Bisognava smettere di temere ciò che affiora nel silenzio, essere pronti ad accogliere la parte più intima e vera  con ascolto pieno, profondo, onesto, senza pudori castiganti, senza finzioni o sovrastrutture, senza paura (sin miedo), accettando la vulnerabilità più segreta de el alma.

El tango es una forma arogante de un contenuto humilde, la humildad en el tango es essential.

Concentrarsi per ascoltare el alma, per Quiroz, è un atto dovuto, ed è, in assoluto, la possibilità più preziosa che tango ci offre, una possibilità irrinunciabile. Unica. Per questo non ci sono due tanghi uguali,  perché ogni uomo, ogni anima è unica. Se ascolti te ne accorgi. Perché il tango è un dialogo tra anime e per questo bisogna desiderare davvero ballare il tango mentre lo si balla, altrimenti meglio lasciare perdere. E bisogna scegliere una ballerina specifica , una che ci piace davvero e con cui si ha voglia di dialogare, mai contentarsi della prima che ci dice di si.

L’uomo deve saper proteggere la donna  nel tango, deve capirla  e per poter capire la donna deve saper sentire come lei, immedesimarsi in lei. Questa concentrazione d’ascolto è possibile  solo attraverso la condizione del silenzio.      

Quiroz, dunque, aveva ragione, una ragione spudorata.

 

Il secondo giorno allo stage vidi una specie di miracolo: dieci coppie che ballavano in silenzio assoluto, senza musica, ad occhi chiusi, ascoltando solo se stesse.

Dieci coppie sulla luna.

Non era questione di tecnica, ma di modus, di orientamento dell’ascolto. L’ascolto ora andava da dentro, da dentro di se a dentro l’altro, non era più orientato da dentro l’abbraccio a fuori l’abbraccio.

In quel silenzio le anime dialogavano.

L’evidenza che veniva nascosta dalle parole. Ora era chiara. Ora era tutto chiaro.

Quante cose ci sono nel silenzio: ci siamo noi, nudi e crudi, ci sono gesti intensi e veri. Ci sono tante cose che ancora non sappiamo di noi e dell’altro, scoperte che devono ancora  venirsi a dire.            

 

La sera a cena, tra un limoncello mio e un bicchiere  d’acqua suo, Quiroz mi raccontò pedacitos de su vida intensa e bizzarra.

Mi parlò della madre india che ha 96 anni, vive da sempre a Tucuman ed ha ancora una gran voglia di fare l’amore, e se non lo fa è solo perché non trova un uomo disposto. Della morte della giovane figlia e dell’abisso disperato di depressione in cui lo aveva sprofondato per anni finchè il tango, sottoforma di una giovane ex allieva, lo salvò, riportandolo in superficie, alla luce.

Quiroz parlava volentieri d’amore. Era, è, la personificazione  dell’anti-machismo.

“- Tutti mi chiedono qual è mi tango mejor, io dico sempre ‘l’ultimo’, como el ultimo amor.

L’ultimo amore è sempre il più bello perché è quello che scelgo oggi e che oggi mi ha scelto. E non bisogna essere gelosi del passato. Io non sono geloso del passato perché se il mio amore bacia bene e fa bene l’amore  io devo ringraziare anche tutti gli uomini che ha avuto prima di me”.

 

Quarantamila luoghi comuni dell’uomo latino sbriciolati in trenta secondi. Quiroz beve solo acqua, senza nemmeno una bollicina. Anche a casa di un rappresentante di liquori, beve solo acqua per ricordare di semplificare, per esorcizzare i tempi bui (prima del buddismo), quelli in cui fu assai “malo” e fece soffrire  tutti quelli che amava perché non si voleva bene.

Poi così, damblè, mi disse: “- Tu devi scrivere del mio tango, voglio che lo racconti tu. Io non sono un maestro, sono solo un insegnante. Ecco, ti do tutto quello che so, queste chiavi mettile in tasca e usale quando ti servono.     Quella stessa ultima sera, più tardi, sempre in macchina, sempre di notte, mentre lo riaccompagnavo in albergo, Quiroz mi disse delle cose molto personali riguardo al mio tango e a mi alma, cose che ha visto sbirciando en mi corazon col laser- bisturi del suo abbraccio, cose che non vi dirò. Ricordo che guidavo, guardavo avanti, lo ascoltavo e facevo finta quasi di non capire. Ricordo, fermata la macchina, un silenzio bellissimo, magistrale. Quiroz mi guardò, sorridendo bonario, mi abbracciò lungamente, senza aprire bocca, poi scese dalla macchina e a me parve di sentire l’eco de su voz en mi alma “Sin miedo, chica, sin miedo….”

 

 

“farolit”

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